lunedì 18 luglio 2011

Addio a Lollo Levorato


Era da tempo che desideravo farlo. Finalmente ho l'occasione di salutare un grande.
Umberto Lollo Levorato, icona del rugby italiano, è scomparso nel maggio u.s.
Nel 2009 ebbi l'occasione di intervistarlo. Oggi ripresento quelle poche battute che scambiai con una immenso atleta, ma prima di tutto un grande uomo.

"La Polizia di Stato festeggia il suo passato. Un passato fatto di gloria e valore. Valore anche sportivo, vantando tra le sue fila uomini che hanno portato in alto l’Italia nelle varie discipline olimpioniche, atleti che hanno militato e militano nelle Fiamme Oro, il gruppo sportivo della Polizia.
E' stata ’occasione per rivedere amici di lunga data e parlare del “tempo che fu”. L’opportunità di  poter conoscere poi, in un secondo momento, una persona che ha segnato la sua epoca, a detta di molti il miglior giocatore di rugby italiano degli anni ’50: Levorato Umberto, classe 1931, natali a Chirignago. 3 luglio per l’esattezza, tiene a precisare questo arzillo settantenne. “La mia vita è stata contraddistinta dallo sport, ancora prima di entrare nella grande famiglia della Polizia di Stato”. “Eravamo cinque fratelli, ed io fui scelto per andare ad abitare dalla nonna a Treviso, esattamente San Bona Vecia. Il mio primo approccio con il rugby lo ebbi a 17-18 anni, quando Franci Bandiera, rientrato dalla prigionia, aiutò tutti noi ragazzi a non rimanere per strada e ci convinse a praticare la palla ovale. Fu un crescendo entusiasmante, perché dopo aver vinto i campionati giovanili, la c.d. coppa cicogna, passammo al campionato di serie “A” rinforzando la nostra formazione anche con giocatori d’esperienza, reduci di guerra come Maci Battaglini, atleta di 110 Kg, con un passato in Francia, dove veniva chiamato le Roi. Poi ci fu la chiamata delle Fiamme Oro, correva l’anno 1957-58. Qui si faceva sul serio. Sotto la preparazione atletica di Facchini, diventammo la squadra da battere, vincendo tre campionati nazionali consecutivi, e regalando molti uomini alla nazionale.” “Quelli erano bei tempi, si aveva voglia di correre e sudare e non ci si tirava mai indietro, per questo riuscimmo a toglierci delle belle soddisfazioni. Peccato perché quel gruppo avrebbe potuto dominare anche in Europa, isole britanniche escluse, ovviamente. Come quando andammo vicinissimi alla vittoria in casa francese, a Grenoble, contro i padroni di casa, dove riuscii a segnare anche una meta.


Anni bui

Erano gli anni ottanta. Verso la fine della continua crescita economica. Venezia aveva una sua realtà particolare, con l’ampia zona industriale di Marghera che convogliava forza lavoro, una volta occupata  per intere giornate nei campi. Persone abituate a lavori pesanti: negli alti forni, a saldare condutture per enormi silos, che ancor oggi sono una sky line inconfondibile, quando attraversi il ponte della Libertà per raggiungere piazzale Roma e guardi verso la terraferma. Si viveva in un finto benessere e si sentivano le prime avvisaglie di una crisi che ancor oggi non riusciamo a superare… ma c’era il calcio… il primo amore… Da sempre per noi italiani era stato un importante viatico alla felicità in tempi bui; proprio quando le ombre della più grande tragedia mondiale si cominciavano a manifestare, la nostra nazionale conquistava  titoli in patria e a casa dei cugini d’oltralpe  …e il Venezia.? Il Venezia era la squadra di Ezio Loik e Valentino Mazzola, la più forte di sempre. Ma in quegli anni ottanta la parabola della formazione lagunare stava toccando il fondo, i neroverdi non calcavano più i migliori campi della serie maggiore, ma i modesti stadi di provincia, militando mestamente in serie C2.
E questa è la storia di una domenica di una di quelle stagioni tristi, quando in una paese qualsiasi dell’entroterra, proviamo a pensare a Mira, una località demograficamente cresciuta negli anni con il proliferare di Porto Marghera, molti degli operai che avevano fatto la fortuna delle imprese chimiche veneziane si concedevano un momento di svago allo stadio. Un’impianto di tutto rispetto quello del comune della Riviera, con una squadra che nel 1980 aveva saputo conquistare una storica promozione dalla serie D alla serie C2, proprio la categoria ed il girone dove militava il Venezia. E anche se per gli annali, gli anni passati nelle serie minori per i leoni veneziani contano solo statisticamente, non potrò mai dimenticare l’emozione che mio zio e mio padre mi trasmettevano quando mi portarono, ancora fanciullo, al campo comunale perché c’era il Venezia. Un derby è pur sempre un derby. E il Venezia era pur sempre il Venezia, la squadra avversaria certo, ma pur sempre la squadra che un giorno aveva sfidato le formazioni più forti, e quella maglia era stata vestita da “signori” giocatori, quando ancora il calcio era uno sport vero, e vi aveva fatto la sua bella figura quello scudetto tricolore della coppa Italia 1940-1941. Quella domenica le fatiche, le amarezze di una onesta vita di lavoro, sparivano sotto un tiepido sole autunnale per quei novanta minuti di passione, di gioco del pallone, e per un ragazzino di appena dieci anni le maglie neroverdi erano comunque qualcosa di inarrivabile, c’era come la sensazione che quella partita rappresentasse per la squadra di casa un arrivo, ma per i campioni veneziani solo una parentesi che prima o poi li avrebbe ricondotti in alto, dove meritava il loro blasone. C’era tutto il trasporto per vedere una vittoria del Mira, ma al di là del risultato, quella sarebbe stata comunque una partita particolare perché si sfidava veramente una vecchia signora del calcio italiano.
Alla fine la memoria mi tradisce sull’esito dell’incontro, ma rimane la bella sensazione di avere vissuto una giornata indimenticabile con quegli spalti gremiti di gente che tifava indifferentemente per l’una e per l’altra delle squadre in campo, perché per tutta la provincia, alla fine in quegli anni, dovunque il Venezia giocasse,  rimaneva forte il legame della gente con la formazione che aveva regalato le emozioni più forti nel gioco più bello del mondo. Purtroppo nell’arco di due stagioni la china discendente dei neroverdi ebbe il suo apice con la retrocessione nel 1982 sino all‘Interregionale, proprio nell’anno in cui tutta l’Italia festeggiava il titolo di campioni del mondo con i ragazzi del “vecio” indimenticato Bearzot. Due facce di uno stesso sport: rabbia e felicità assoluta. Ma la storia non sarebbe finita qui, questo era solo l’inizio di un lungo cammino di fallimenti e successi nel vero spirito che il grande Gianni Brera identificava nei colori veneziani: “ I putei di Venexia ghe dava dentro con appassionato fervore, per non dire con rabbia”.
Alessandro Torre